La cassazione penale sul reato di rapina per essersi impossessato del cellulare della fidanzata

Nei giorni scorsi è stata riportata con grande risalto dai media la notizia di una sentenza di Cassazione che ha confermato la condanna per rapina nei confronti di un giovane che aveva sottratto il cellulare alla fidanzata. La notizia è stata pubblicata con una certa enfasi e, in alcuni casi, con una inesattezza di fondo, in quanto alcune fonti hanno dato la notizia sostenendo che la Cassazione aveva equiparato la sottrazione del cellulare ad una rapina. La interpretazione analogica, come è noto, non è ammessa nel penale, il che ha quindi spinto la nostra curiosità ad approfondire la notizia. E’ disponibile ora il testo della sentenza (Cass. Sez. II Pen, 11467/15, disponibile su http://www.studiozallone.it/view/law/214) che effettivamente dice una cosa molto più articolata e complessa. Partendo dalla semplice constatazione che il reato di rapina richiede l’esistenza di un ingiusto profitto, la sentenza ricorda che, secondo la giurisprudenza costante, tale ingiusto profitto non consiste solo in una utilità economica, ma può concretizzarsi in una utilità qualsiasi, anche morale, derivante dalla soddisfazione e dal godimento che può derivare, anche se in un momento successivo, dalla azione dell’imputato. Il tutto, ovviamente, a condizione che vi sia la sottrazione di un bene mobile altrui e che tale azione sia stata attuata con violenza. Nel caso specifico lo scopo dell’imputato era di mostrare al padre della ragazza alcuni messaggi sul cellulare che, a suo avviso, ne avrebbero dimostrato la infedeltà, finalità, questa, che secondo la Corte integra pienamente il requisito del profitto morale ingiusto. La pretesa di perquisire il telefono (tra l’altro: si trattava della sua ex fidanzata) ha violato la riservatezza della donna ed il suo diritto alla autodeterminazione, entrambi tutelati dall’articolo 2 della Costituzione, ed avendo come scopo quello di cercare di riallaciare il rapporto troncato, a tutti gli effetti integra il requisito della ingiustizia del profitto. La Corte ha quindi rigettato il ricorso presentato dall’imputato ed ha stabilito il seguente principio di diritto (così qualificato dalla Crte stessa): ”Nel delitto di rapina sussiste l’ingiustizia del profitto quando l’agente, impossessandosi della cosa altrui (nella specie un telefono cellulare), persegua esclusivamente una utilità morale, consistente nel prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da un altro soggetto, trattandosi di finalità antigiuridica in quanto, violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane”.

http://www.studiozallone.it/view/law/214

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